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BLUES SOULS


Eugenio Finardi è tornato con un grande disco, un’opera fortemente voluta perché cercata a lungo, quarant’anni.
Eugenio è un po’ come un vecchio corsaro che dopo mille scontri e battaglie ha trovato un’isola deserta, una di quelle che non ci sono mai sulla mappa presso cui trovare riparo dalla tempesta, e che costituiscono il porto sicuro della vita.

Ha deciso così di abbandonarsi alla brezza di una nuova gioventù e resta lì su un’ideale sedia a dondolo, in faccia all’oceano, a godersi il suo tesoro: Anima Blues.

“Sono stato più ricco, sono stato più famoso, sono stato più giovane e più bello di così, eppure non sono mai stato felice come adesso”. Eugenio Finardi è raggiante al centro del palco di Vascon e il suo pubblico è attorno a lui, che lo coccola con un applauso dopo l’altro, cullando i favolosi brani di Anima Blues.
Ci sono voluti quarant’anni ad Eugenio per abbandonarsi completamente alle seduzione della musica del diavolo ma alla fine, grazie a due vecchi bravacci come Vince Vallicelli e Pippo Guarnera, amici di lunga fiata, e ad un giovane chitarrista con la manina benedetta come Massimo Martellotta è riuscito a riprendersi l’Anima.
Non è stato facile, se lui stesso definisce la sua musica in italiano un incidente di percorso, quello che però conta è che ora gli è riuscito di fare un disco finalmente in inglese, che, per lui, è la lingua in cui meglio si può cantare il rock-blues.
Eugenio Finardi ha così ritrovato la vena, e questo è un fatto, ma soprattutto, grazie a Vince, Pippo e Massimo ha ritrovato se stesso, fondando una blues band caricata a mille che sta incendiando i palchi di un’Italia che resta a guardare con gli occhi sgranati.
“Avevo bisogno di abbandonarmi alla musica blues”, racconta Eugenio “ad una visceralità autentica e fiera, e adesso che non ho più niente da dimostrare a nessuno ci sono finalmente riuscito”.
Niente di più vero e basta guardarlo negli occhi per capire quanto bisogno c’era di un simile abbandono.
C’è tanta poesia nella sua musica, oggi, si tratti dell’aggressiva frustata elettrica di Mojo Philter che fende l’aria come una lama d’acciaio spagnolo, oppure l’invocazione agreste di Heart of the country, quasi il canto blues di un pastore errante, e ancora le piccanti lusinghe di Estrellita, latin ballad alla Willy de Ville da far venire i brividi.
C’è la fine di una ricerca, iniziata a tredici anni con i primi dischi degli Stones, quelli costruiti su alcune intuizioni geniali e sulle dodici battute dei blues di Muddy Waters, proseguita con l’ascolto dei grandi padri, come Willy Dixon e John Lee Hooker, e con la scoperta di quell’attitudine, quel delta elettrico, quel “creare l’ipnosi” che ora sono un ingrediente definitivamente acquisito e condiviso da Eugenio e i suoi compañeros.
Eppure ciò che colpisce forse di più, almeno dal vivo, è la grande complicità, la complementarietà, la “chimica” che lega i quattro musicisti sul palco.
Con Finardi, naturalmente, e la sua voce che esce direttamente dalla terra, che squarcia le parole con un’urgenza espressiva irrefrenabile e poi c’è il mitico shuffle di Vince Vallicelli che ti rimescola dentro, e che scioglierebbe anche il ghiaccio della Groenlandia, ma non finisce qui. Pippo Guarnera, all’organo hammond, sta al suono del gruppo come Garth Hudson a quello di The Band e se a questa proporzione aggiungete il talento puro alla chitarra di Massimo Martellotta avrete finalmente una vaga idea di quello che è successo a Vascon il 26 di giugno di quest’anno.
Blues bastardo, quindi, sporcato di rock come si conviene, suonato con un gusto ed una grinta che hanno pochi termini di paragone. D’altra parte non sono molte le band che possono permettersi oggi un pezzo come Holyland: introduzione con doppia linea di slide, Eugenio e Massimo, ad omaggiare la Allman Brothers Band, per poi sfilare su ritmi da marcia Dixieland toccando con la punta delle dita il gospel dei cori e una voce carica ed espressiva, dai colori accesi, giusto a metà tra Muddy Waters e John Lee Hooker.
Roba da non credere e infatti la folla che riempie il tendone della Festa d’estate a Vascon inizia a spellarsi le mani per quello che sarà solo il primo di una serie di climax che lasceranno, un’ora e tre quarti dopo, Eugenio Finardi estatico sul palco abbracciato con Massimo, Vince e Pippo a ringraziare un pubblico conquistato.
Non si può peraltro tacere la versione da manuale di un pezzo da otto come The House of the rising sun, che inchioda la platea alle sedie oppure la blues jam di Little Red Rooster, giocata su una serie di cambi di ritmo dettati dalla batteria di Vince Vallicelli, graffiata dalle artigliate d’armonica di Finardi mentre Martellotta e Guarnera incrociano organo e chitarra in un duello all’ultimo sangue.
Non basta ancora? Che dire allora dei fregi white blues di Pipe Dream o dell’uno-due strumentale composto da Martha’s Dream, arpeggiata magistralmente da Martellotta, che ne è l’autore, e della giostra di New Blues, a firma Vince Vallicelli?
Una progressione invidiabile quella del concerto di Vascon che però per essere tale deve poter avere, in scaletta, le perle di una band come quella di Anima Blues, ma è proprio questa progressione che colpisce e che mostra anche ad un osservatore anche disattento quanto il pubblico venga affascinato dallo show ed è un bellissimo segreto quello che sboccia nel cuore dell’arte di questi musicisti: il fatto che chi ascolta venga sedotto gradualmente, canzone dopo canzone, suono dopo suono, nota dopo nota, quasi fossimo a teatro.
Dinamiche, queste, che sembrano fruste e demodé e che invece rivelano un po’ alla volta la forza e l’integrità di una band che si vende i dischi uno ad uno, come si faceva un tempo, con grande coraggio e dignità o che viene fuori per il bis e attacca un pezzo torrenziale come Barnyard Mama, che stenderebbe anche un toro, per poi svisare sulla jam elettrica di Sweet Surrender per un finale da incorniciare.
Averne di artisti così, e il pensiero che Anima Blues non sia ancora distribuito all’estero fa gridare al delitto, perché i quattro pirati sarebbero tranquillamente capaci di spedire a casa una quantità di band straniere che pure oggi vivacchiano su lavori anemici e leccati da far venire il mal di mare.
Poco male, Finardi & Co. sembrano andare oltre questi problemi. La sensazione è piuttosto che i quattro siano, attualmente, completamente focalizzati sulla ricerca del suono, senza preoccuparsi troppo di capire fino a dove la strada del blues li porterà.
Un suono che è nato un po’ alla volta, quasi per gioco, in una Jam session a Forlì durante la quale Eugenio, Massimo, Vince e Pippo avevano intenzione di provare un po’ di standard blues per fare delle serate e raccattare in giro qualche baiocco in più e che ben presto ha invece generato quattro canzoni che sarebbero poi finite nell’album, vale a dire Holyland, Heart of the Country, Sweet Surrender e Martha’s Dream e che poi si è via via sviluppato, virando verso sonorità meno acustiche e tradizionali e più elettriche come nel casi di Pipe Dream e Mojo Philter.
Fondamentale per la riuscita del disco è stato riuscire a catturare quel sound così fortemente legato alle radici, con un focus particolare alla tradizione afro-americana, intesa come riferimento culturale importante, base necessaria da cui partire per tirar fuori un’originalità espressiva non comune.
Memoria autentica di questa evoluzione sonora è stato Tommaso Colliva, fonico del disco, meglio di tutti in grado di bloccare il momento magico della jam nelle registrazioni, a dimostrazione che la resa di Anima Blues è figlia di due diverse generazioni di artisti: da un lato i vecchi arnesi vintage come Eugenio, Vince e Pippo che con il blues sono cresciuti, dall’altro Massimo e Tommaso per i quali il suono del blues è invece, per ragioni evidentemente anagrafiche, ormai un classico.
Travolti da un suono, abbandonati ad un blues che coinvolge e che li trascina un po’ alla volta verso le rive del Mississipi, rinunciando a filtri di qualsiasi tipo e mettendo il cuore sul palco ad ogni show Eugenio Finardi, Massimo Martellotta, Vince Vallicelli e Pippo Guarnera stanno facendo vedere quanto importante sia oggi avere una musica in cui credere.
Loro lo fanno ogni giorno e chi va a vederli se ne accorge, percepisce la vibrazione, il feeling devastante sprigionato dal loro blues, l’amore per un’arte vera, fatta senza compromessi, provando e riprovando una canzone fino a quando non viene esattamente come la senti dentro.
Eugenio dice che il blues è una questione di anima e l’anima non ha colore, non è bianca e non è nera ed è qualcosa che nessuno ti può togliere.
L’Italia adesso lo sa.
Anima Blues, appunto.

Matteo Strukul